Si chiamano “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” e si rifanno al contenuto della legge n. 219 del 22 dicembre 2017, la quale prevede che ogni persona maggiorenne possa redigere le proprie “Disposizioni anticipate di trattamento” (Dat). In sostanza, attraverso questo documento si può indicare in anticipo quali trattamenti sanitari si desidera ricevere o rifiutare in previsione di una futura incapacità a decidere, come può accadere a causa di un trauma improvviso o di una malattia degenerativa. Su questo delicato e importante argomento, l’associazione “Walter Piludu per le libertà” Ets Aps ha organizzato un incontro sulle Dat e su come renderle operative. L’appuntamento è per mercoledì 18 dicembre alle 17, nella sede della Fondazione di Sardegna in via San Salvatore da Horta, a Cagliari.
Sono previsti gli interventi di: Marta Perin, ricercatrice sanitaria del Servizio di Medicina legale e bioetica dell’Azienda Usl-Irccs di Reggio Emilia, responsabile della segreteria tecnico-scientifica del Comitato regionale per l’etica nella clinica; Mario Cardia, direttore di Anestesia e rianimazione dell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari; Alessandra Pisu, professoressa associata di Diritto privato e biodiritto all’Università di Cagliari; Maria Cristina Mancini, vicesindaca di Cagliari; Camilla Soru, consigliera regionale. I lavori saranno coordinati da Francesco Birocchi, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna. Il titolo dell’evento è “Le Disposizioni anticipate di trattamento: dal riconoscimento del diritto alla sua applicazione. Una guida medico-legale per la stesura dell’atto”.
Walter Piludu era nato a Milano nel 1950, ma ha vissuto a Cagliari sin dal 1964. Ha fatto un lungo percorso nella politica e, nel 1988, divenne presidente della Provincia di Cagliari. Nel 2011 si era ammalato di Sla (Sindrome laterale amiotrofica), che lo aveva paralizzato completamente in breve tempo. Amava la vita, che definiva «un’unica, irripetibile esperienza» che, proprio per questo, «deve poter essere vissuta senza che diventi un’insopportabile prigione». Diceva anche: «Amo ancora faticosamente la vita, ma voglio essere io a decidere quando morire. Senza dover andare in Svizzera, lontano da chi mi vuole bene». A tal proposito, si era rivolto a tutto il mondo della politica nazionale e regionale, indirizzando una lettera aperta a tutti i responsabili dei partiti presenti in Parlamento: un testo scritto con gli occhi, grazie a un computer con comando oculare. «Da ex politico, con ingenuità e passione chiedo alla politica, tutta, di non dividersi tra guelfi e ghibellini, ma di avere pietas, tolleranza e coraggio etico. Senza una legge, io paralizzato, in quale altro modo potrò realizzare la mia volontà, se non col rifiuto di acqua e cibo e quindi una lenta morte per sete e fame? Chiedo ai politici: trovate sia umano, pietoso costringere una persona e i suoi cari ad una prolungata e indicibile sofferenza? C’è un diritto inalienabile alla libertà e alla dignità che deve essere garantito alle persone. Anche quello di morire. Il tema della morte è molto serio, occorre rispetto per il legislatore, a patto che non venga deviato in alibi e inerzia. Ma io spero ancora in un paese giusto e civile dove si possa decidere di morire senza soffrire».
La lettera aperta era stata indirizzata anche a Papa Francesco, con un testo di accompagnamento in cui, definendosi laico non credente, Walter Piludu si dichiarava di rivolgersi al Papa perché impressionato dalla sua attenzione per il tema della sofferenza e, più in generale, per la supremazia dei valori etici improntati alla umana pietà.
Il 3 novembre 2016 Piludu se n’è andato. «Senza vedere esaudita la sua speranza di una buona legge sul fine vita, né tantomeno quella di qualche progresso della scienza che gli consentisse, pur malato, di vivere con dignità e minore sofferenza», si legge nel sito dell’associazione a lui dedicata. «Se ne è andato come aveva deciso, mai arreso alla malattia, da uomo libero, grazie ad un provvedimento del Tribunale di Cagliari, ottenuto al termine di una estenuante battaglia, con il quale gli è stato riconosciuto il diritto all’autodeterminazione garantito dall’articolo 32 della Costituzione».
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