Alcune storie rimangono nascoste, escluse dai libri e sconosciute ai più; rimangono nascoste perché non sempre è facile accettare un passato cupo, profondamente sbagliato. Il ruolo dell’attivista però è anche questo: riportare alla luce fatti ed eventi che possono insegnare tanto, tramandare una verità storica.
Questo è lo scopo che si prefigge l’A.Ge.D.O. Torino (Associazione Genitori Di Omosessuali) con la mostra fotografica “Adelmo e gli altri”, che arriverà sull’Isola mercoledì 25 settembre – inaugurazione prevista per le ore 16 – presso la Biblioteca Universitaria di Sassari, grazie alla collaborazione con il Movimento Omosessuale Sardo (MOS), Agedo nord Sardegna, @Trans* Support Sassari, CGIL Nuovi Diritti Sassari, Centro di Documentazione LGBTQ+ Marilena Sini, C.C.S. Borderline e promosso da Comitato 25 Aprile Sassari. Rimarrà disponibile al pubblico sardo sino a martedì 15 ottobre, aperta dal lunedì al giovedì dalle 8:30 alle 17:15, e il venerdì dalle 8:30 alle 13:30.
La mostra ripercorre le persecuzioni perpetuate durante il periodo fascista nei confronti di persone omosessuali, confinate con l’accusa di “pederastia” nei paesini del potentino e del materano – e in alcuni casi persino nel Sulcis, in Sardegna -, riscoperte grazie alle ricerche curate da Cristoforo Magistro presso gli Archivi di Stato di Potenza e Matera.
Un percorso ricostruito attraverso le carte, tutt’altro che imparziali, della polizia e degli atti giudiziari, che raccontano di come l’omosessualità venisse trattata come malattia o perversione, stigmatizzata dal regime fascista che scelse come strumento di repressione il confino piuttosto che la pena di forma, al fine di non creare martiri. A dare il nome alla mostra è Adelmo, il più giovane dei confinati (documentati), con i suoi 18 anni, brutalmente rubati dal regime; ma quella di Adelmo è solo una delle ventinove storie raccontate nel progetto, non diversa da quella di Giuseppe, morto probabilmente suicida – o di omofobia, come si direbbe oggi – a soli 22 anni, oppure di Catullo, confinato per la seconda volta a 51 anni.
Nessuno di questi volti va dimenticato, e ognuno di loro deve trovare il proprio spazio nella storia dell’Italia, perché queste pratiche non sono solamente uno sbiadito ricordo di un passato lontano, come spiega il comunicato congiunto delle associazioni: «Questa mostra vuole essere un’occasione per ricordare ciò che è stato, ma soprattutto un invito a non chiudere gli occhi di fronte a ciò che ancora oggi accade in molti Stati vicino a noi.»



