Enti ecclesiastici ed enti del Terzo settore. Due entità distinte, eppure così vicine negli obiettivi. Ma si avverte in tutto il Paese un forte bisogno di chiarezza, sul presente e soprattutto sul futuro degli enti religiosi. È stata questa la molla che ha spinto la diocesi di Cagliari, attraverso la Consulta diocesana di Cagliari degli organismi di carità, a organizzare questa mattina un incontro al Seminario arcivescovile di Cagliari. Tra gli oltre 200 convenuti era presente anche la presidente della Regione, Alessandra Todde, la quale ha detto che «è arrivato il momento di mettere a frutto il lavoro di chi, da tempo, si occupa delle fragilità. La riforma del Terzo settore è incompiuta. Vedendo gli atti che voi avete fornito nell’ultimo Rapporto sulle povertà, occorre fare un passo indietro e capire come la politica possa aiutare a gestire le disuguaglianze. Parlando con i sardi nei territori, ho compreso che stanno perdendo la speranza. Ma, per utilizzare le parole di Papa Francesco, la speranza va tenuta accesa come una fiamma. Per riuscirci, dobbiamo essere presenti».

Monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e Segretario generale della Conferenza episcopale italiana – Cei, ha introdotto i lavori con una relazione di carattere generale e presentato il relatore principale, don Michele Maria Porcelluzzi, referente dell’Ufficio nazionale problemi giuridici della Cei, avvocato generale della diocesi di Milano e profondo conoscitore della materia. «Siamo investiti in pieno da questa riforma, che in parte è incompiuta e un po’ è in parte essa stessa di essere riformata. Questa è l’intenzione che traspare, dunque dobbiamo prepararci a un ulteriore passaggio di cui non sappiamo bene i contenuti», ha ricordato monsignor Baturi.
«La riforma del Terzo settore non è ancora completamente in vigore», ha confermato don Michele. «La sua parte più importante, quella fiscale, è ancora condizionata dal rilascio dell’autorizzazione della Commissione europea che, dopo sette anni, al momento non è ancora arrivata e che si prevede arrivi questa estate. Data l’incompletezza della normativa, è bene ponderare i vantaggi e i costi dell’adesione alla riforma. Non è vero che agli enti ecclesiastici che non rientrano nel Terzo settore sia impedito il convenzionamento con l’autorità pubblica. La riforma del Terzo settore non ha abrogato la legislazione previgente. Pertanto, tutti gli accordi stipulati prima (per esempio, per le attività dei ragazzi e quelle caritative, soprattutto per l’accreditamento scolastico o altri servizi) possono esserci anche adesso».

Don Michele Maria Porcelluzzi ha poi precisato che «l’ente ecclesiale è un termine tecnico che non è presente nella normativa: con questo termine si indicano infatti gli Enti ecclesiastici civilmente riconosciuti – Eecr e altre realtà che, pur avendo qualifica diversa dagli Eecr, sono enti strumentali a questi o a essi collegati. Due esempi pratici: la Fondazione Caritas “San Saturnino” di Cagliari oppure una qualunque associazione nata in ambito parrocchiale per una determinata attività. Gli enti ecclesiastici, in definitiva, non sono enti del Terzo settore. Le Odv e le Aps preesistenti non hanno avuto scelta: per conservare la loro qualifica, hanno dovuto adeguarsi a quanto stabilito dalla riforma, dunque sono transitate automaticamente al Registro unico nazionale del Terzo settore – Runts. Altri enti, come le associazioni e le fondazioni Onlus, hanno ancora tempo per decidere come configurarsi, anche alla luce del fatto che le Onlus sono destinate a estinguersi».

Gli enti del Terzo settore – Ets svolgono prevalentemente almeno una delle 26 attività previste dal Codice del Terzo settore e possono svolgere attività diverse in modo non prevalente. Va precisato che il regime fiscale non è ancora in vigore: si potrà applicare solo quando arriverà l’autorizzazione della Commissione europea, ovvero dall’1 gennaio successivo alla ricezione dell’autorizzazione della Commissione per adeguare il proprio statuto e il regolamento. «Al momento, non possiamo sapere quale testo sarà approvato, dunque è meglio non avere fretta», ha sottolineato più volte don Michele. «In questo momento, per i 35mila enti ecclesiastici presenti in Italia, è come entrare in una stanza al buio: non sappiamo che cosa ci troviamo. Da più parti ci dicono che è bello far parte del Terzo settore, e magari può essere vero, ma per poter fare il passo decisivo occorre avere ben chiara la normativa. Bisogna poi fare chiarezza su un punto: le convenzioni con la pubblica amministrazione spesso sono bloccate dalle interpretazioni di alcuni uffici, mentre altri applicano le norme in maniera corretta. La Cei sta lavorando con l’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, per superare questi ostacoli burocratici. Anche qui, però, assistiamo a una situazione paradossale: alcune Anci regionali ci danno ragione, altre no».

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