Tra le acque e le bonifiche: Goletta Verde torna a Cagliari con Legambiente Sardegna

Non materialmente, ma comunque presente; il mare avverso non ha permesso alla Goletta Verde di viaggiare verso le coste sarde, ma l’equipaggio dell’iconica barca di Legambiente ha fatto comunque tappa a Cagliari per la 39° edizione dell’eponima campagna estiva che annualmente mappa e documenta lo stato delle nostre acque, denunciando tutto ciò che danneggia la salute del mare e delle coste. Un doppio evento, co-progettato con il CSV Sardegna, che nelle giornate di giovedì 24 e venerdì 25 ha messo in luce le difficoltà nell’affrontare le sfide ambientali che il futuro inevitabilmente pone di fronte, e non solo riguardanti le acque. “Goletta Verde continua il suo viaggio lungo le coste italiane con lo scopo di scovare criticità nel sistema di depurazione italiano – dichiara Alice De Marco, portavoce Goletta Verde. Il nostro obiettivo è lavorare in sinergia con le istituzioni e gli enti preposti per garantire un’informazione puntuale alla cittadinanza, e denunciare eventuali illeciti. Le foci dei fiumi evidenziano ancora una volta la scarsa efficienza del sistema di depurazione, e bisogna lavorare perché queste situazioni migliorino, per tutelare i cittadini e le cittadine e gli ecosistemi naturali”. 

Un lavoro essenziale, perché neanche il proverbiale attaccamento dei sardi alla propria terra esula, per colpa di pochi – si spera -, la rilevazione di criticità in diverse zone dell’Isola, come raccontato nel report conclusivo: «I dati del monitoraggio di Goletta Verde di quest’anno – dichiara Valentina Basciu, direttrice di Legambiente Sardegna – evidenziano fattori positivi come la riduzione del numero di punti critici (erano 6 nel 2024) e alcuni miglioramenti importanti, come la foce del rio Coghinas che per anni è stata una sorvegliata speciale a causa dei risultati ben oltre i limiti di legge. Ci restituiscono però anche delle inaspettate nuove entrate tra i punti oltre i limiti di legge: la spiaggia fronte foce rio Pardu Pelau e la spiaggia fronte fiume Flumendosa. Questo quadro evidenzia la precarietà del sistema di depurazione, anche tenendo conto che quest’anno Goletta Verde ha campionato le nostre coste in piena stagione balneare e quindi con un carico antropico più massiccio confrontato con gli anni passati. Da sottolineare che, come accade quasi sempre, i punti oltre ai limiti di legge sono foci dei fiumi o in stretta prossimità di queste». 

Non basta voler vedere il bicchiere mezzo pieno: il mantenimento degli standard in tutti i siti deve far da cardine per evitare di trovarsi, anno dopo anno, ad affrontare sempre gli stessi discorsi, cambiando tutt’al più interlocutore. Ancor più importante è abbandonare la tendenza tutta italiana di tenere suddivisi i temi in camere stagne, senza aprire la propria focale per una visione organica del problema; ed è proprio ampliando l’orizzonte che si arriva irrimediabilmente a parlare di industria, e di come la lotta alla crisi climatica passi dall’innovazione e dalla decarbonizzazione, trovando un valido supporto nei processi di bonifica dei territori che ancora stentano a prendere piede.

Temi trattati dagli attivisti di Legambiente a livello nazionale con il “Clean industrial deal” e presentati giovedì scorso dagli associati regionali presso Teatro Adriano, a Cagliari. Punto di partenza il censimento 2019 dei siti inquinati in Sardegna, papabili di bonifica ancora lontana dalla fine, se non addirittura dall’inizio dei lavori: dai dati reperibili sul sito di Goletta Verde si parla di 169 siti industriali, 151 siti minerari e 9 siti militari a cui si aggiungono 404 discariche e 257 siti legati alla distribuzione di carburanti. In totale più di mille aree, piccole e grandi, il 25% delle quali ricade in classe di priorità alta o medio-alta. Presenti in Sardegna anche 2 Siti di Interesse Nazionale (SIN): il SIN di Porto Torres e quello del Sulcis Iglesiente Guspinese, che occupa una superficie complessiva di 52.167 ettari all’interno della quale ricadono i tre dei principali complessi industriali dell’Isola (Macchiareddu, Sarroch e Portovesme). Proprio a Portovesme, da circa vent’anni la falda inquinata da metalli pensanti attende un intervento di bonifica ma il progetto interaziendale di disinquinamento, improntato al principio chi inquina paga, si è arenato per l’assenza di una adeguata regia istituzionale ed è oggi smembrato in interventi parziali di competenza delle singole imprese responsabili, destando ovvie preoccupazioni non solo sulla realizzazione, ma soprattutto sulla successiva fase di gestione.

«Per il Sulcis, come per il resto della regione, Legambiente auspica una nuova rivoluzione industriale, fondata su lotta alla crisi climatica, circolarità e innovazione, che coinvolga le istituzioni, il mondo delle imprese, del lavoro e della ricerca e le comunità – aggiunge Marta Battaglia, presidente Legambiente Sardegna – É fondamentale riconoscere la priorità del ripristino degli equilibri ecologici nelle aree compromesse come base per costruire uno sviluppo che non lasci indietro nessuno. Il Just Transition Fund (JTF) è in questo senso un’occasione imperdibile per dare gambe alla transizione verde del Sulcis Iglesiente, e i progetti di risanamento attivati da Iglesias come i finanziamenti per il miglioramento delle performance energetiche delle piccole e medie imprese vanno sicuramente nella giusta direzione». 

Presente per dare voce alle Istituzioni l’Assessore Regionale all’Industria Emanuele Cani: «Sono temi di grandissimo interesse, che finalmente stanno attirando l’attenzione anche della politica, e non sempre è stato così. Va detto come premessa: in Sardegna siamo messi male riguardo alle bonifiche, e i dati lo dicono chiaro perché le bonifiche svolte sono pochissime e in alcuni casi anche mal fatte, e anche guardando al futuro non siamo tranquilli. Dal mio punto di vista in primis il legislatore dovrebbe riordinare un aspetto normativo complesso, e le stesse amministrazioni hanno difficoltà ad approcciarsi a queste questioni, e sovente “scappano” a sentir parlare di bonifica. I costi non aiutano, e penso ci siano state troppe speculazioni a riguardo: capisco che il dover trattare particolari materiali faccia inevitabilmente lievitare le cifre, ma sono davvero insostenibili. Inoltre il già citato “chi inquina paga” spesso non è stato ne deterrente, ne soluzione. Allo stato attuale attivare i fondi del JTF è molto complesso soprattutto per le tempistiche di rendicontazione e fine lavori: è già difficile per comuni come quello di Iglesias, più grandi e strutturati, i più piccoli ancora non hanno presentato progetti: il quadro finale è che abbiamo per il Sulcis un tesoretto di 140 milioni di euro circa, da rendicontare a fine 2026, per il quale chiederemo una proroga perché in alternativa non riusciremo a spendere. Sono stati fatti male i conti con le tempistiche, soprattutto se si pensa al locale. In ultimo non c’è stata una perfetta e coerente valutazione del decisore politico, anche nelle rimodulazioni delle spese, troppo rigide e sbilanciate in maniera incomprensibile verso alcune voci, come la formazione. Io però voglio essere fiducioso: dobbiamo e possiamo puntare ad un industria sostenibile su tutto il territorio e in tempi brevi, senza sacrificare la nostra produzione, controllata e certificata, magari a favore di importazioni da Stati che sono meno controllati e impattano di più, senza dare la giusta priorità all’ambiente e alla salvaguardia del territorio, così come dovrebbe essere.»

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