«Non è un convegno, ma un momento che confronta le prospettive delle associazioni che organizzano progetti per il Servizio civile e dei volontari impegnati, e che le incrocia con le istituzioni che si occupano delle politiche giovanili e lavoro e gli enti locali». Così Andrea Pianu, portavoce del Forum Terzo settore Sardegna, ha definito il dibattito che si è tenuto giovedì scorso nella sede cagliaritana del Centro servizi per il volontariato – Csv Sardegna, in viale Monastir. Un momento di riflessioni sul tema del Servizio civile universale – Scu, sull’andamento del progetto e su come migliorarlo. «Come Forum abbiamo un’ambizione», ha continuato Pianu. «Da questo momento vogliamo costituire un gruppo di lavoro stabile che continui ad occuparsi di questo tema, per sviluppare relazioni più durature tra enti, volontari e istituzioni, e per migliorare le attività riguardanti le politiche giovanili».

Presenti e partecipi alle discussioni Mauro Carta (Acli Servizio civile Sardegna), Elisabetta Paolinelli (Referente Scu Anpas Sardegna), Franco Uda (Arci Servizio civile Sardegna), Tiziana Arceri (Confcooperative – ufficio Servizio civile Sardegna), Michele Schirru (Legacoop Servizio civile Sardegna), Stefania Gelidi (rappresentante Anpas Terzo settore), Dino Pusceddu (Consiglio direttivo CsvNet), Laura Mantega (coordinatrice del Centro per l’impiego Aspal), Daniela Sitzia (direttrice Anci Sardegna) e Angela Rita Carrusci (assessorato regionale alla Pubblica istruzione, settore Politiche giovanili). Ma soprattutto a dare le loro testimonianze tanti ragazzi che stanno facendo, o hanno fatto, l’esperienza del Servizio civile universale, vero punto di forza e valore aggiunto del dibattito.
Com’è nata l’idea di questo incontro? «È nata circa un mese e mezzo fa durante la Giornata del volontariato», ha spiegato Mauro Carta (Acli), uno dei primissimi sostenitori del tavolo. «Abbiamo riflettuto su questo tema molto importante e voluto questo momento perché, purtroppo, anche i media in Sardegna parlano poco delle buone esperienze, dei progetti di solidarietà dove i giovani si cimentano quotidianamente mettendo in gioco le loro capacità, dando un contributo notevole. Di questo se ne parla solamente durante le Giornate mondiali, ma finisce tutto lì. Molti ragazzi però sono impegnati tutto l’anno. Questo valore andrebbe rafforzato e comunicato all’esterno».

La problematica della comunicazione, leit-motiv della società moderna, è uno dei centri focali su cui soffermarsi. Un discorso complesso che vive di due momenti: la comunicazione tra istituzioni e quella più “orizzontale”, che vorrebbe raggiungere i ragazzi under 28 che potrebbero, almeno potenzialmente, intraprendere il percorso.
Di quest’ultimo aspetto ha parlato Tiziana Arceri (Confcooperative): «Il problema è che spesso si scopre il Servizio civile tramite passaparola. Io sono stata volontaria a mia volta nel 2006 e mi rendo conto che c’è stato un cambiamento del livello di partecipazione dei giovani. Quando ho svolto il mio percorso la concorrenza era spietata, forse dovuta a un minor numero di fondi e posti, ma anche la partecipazione al volontariato era diversa, in tutti i settori. La sensazione è che forse un anno può essere troppo lungo, e che alcuni decidano di interrompere il percorso per cogliere altre opportunità. Bisogna spingere per far capire il valore del Scu al livello di investimento personale e lavorativo»
Un’altra chiave di lettura l’ha data Giulia Pireddu, volontaria Arci. «Come volontari siamo andati nei paesi, lavorando sulla formazione. Ci siamo resi conto che non c’è una risposta nel territorio da parte dei più giovani. Quando siamo andati nel comune di Monastir a parlare insieme all’assessore ai ragazzi, abbiamo aspettato ma non si è presentato nessuno. I Comuni, anche le realtà più piccole, mettono a disposizioni dei posti, con annessa una spesa importante, per poi ritrovarsi a dover rinunciare ai fondi perché nessuno presenta la domanda.» Alla base di queste difficoltà, la scarsa diffusione data: «Secondo me le istituzioni non stanno facendo abbastanza. Spesso l’esistenza di questa opportunità viene riportata per “sentito dire”. Non c’è nessuno che entri per esempio nelle scuole e nelle università a parlare del Servizio. Sarebbe una cosa molto importante su cui bisogna lavorare».

Sulla stessa questione Giulia Scioni, volontaria Acli: «Se non l’avessi saputo da mia madre, che a sua volta l’ha saputo dai suoi colleghi, non ne sarei mai venuta a conoscenza. Ora anche le mie amiche, dopo aver saputo da me di questa possibilità si stanno informando a riguardo, però effettivamente non è pubblicizzato adeguatamente. In un’epoca in cui tutti comunichiamo attraverso i social, ci vorrebbe relativamente poco a promuovere in maniera più efficace».
Trovare le cause della scarsa risonanza è uno dei principali compiti, forse il più difficile, che il tavolo promosso dal Forum prende in carico. Uno spunto di riflessione lo propone Stefania Gelidi (Anpas): «Questo scarso appeal dipende molto probabilmente dal fatto che non comunichiamo passione. Rivestiamo questo progetto con elementi economici, non solo dal punto di vista dell’indennità erogata. Ai ragazzi bisogna dare un progetto con un senso ed un significato, riportarli a quelli che sono i valori e i principi costituzionali che il Servizio civile incarna. Bisogna farli appassionare, e si appassioneranno al percorso solo se noi in primis riusciremo a trasmettere quel sentimento, altrimenti diventa difficile catturare l’attenzione dei giovani, che sono già attratti da opportunità più convenienti. È per questo che spesso si perdono ragazzi durante il percorso, con una perdita di denaro investito. È un piccolo fallimento per l’associazione».
Le testimonianze dei giovani volontari premiano la Gelidi; da queste, infatti, emerge che la crescita personale maturata cammin facendo è il vero valore aggiunto, mentre l’aspetto economico è puramente marginale, nonostante i recenti rialzi dell’assegno mensile. Quali siano gli aspetti di questa crescita, ce li spiegano i volontari stessi, ognuno basandosi sulla propria esperienza. «Presto servizio a 25 km dal mio paese, e l’indennizzo lo uso per il carburante e poco altro», dice Anna Atzeri, volontaria presso una cooperativa sociale. «Se pensassi ai soldi, non lo farei. Bisogna lavorare sulla motivazione e sulle opportunità che questa esperienza può dare. Bisogna farlo per sentirsi e rendersi utili. Siamo rivoluzionari gentili».

«La parola che mi viene in mente se penso al Servizio civile è responsabilizzazione, perché mi ha dato gli strumenti per capire le mie potenzialità, come utilizzarle e come spenderle nel mondo del lavoro», è l’esperienza di Matteo Sesselego, volontario Anpas. «È un’esperienza che mi sta formando parecchio», ha raccontato invece Alice Zedda, volontaria in una struttura per anziani a Quartu Sant’Elena, «anche perché non ha nulla a che vedere con quello che pensavo di fare. Ho iniziato il Servizio quando mi sono accorta che non avevo più voglia di studiare. Ho lavorato in un call center, esperienza che non mi è piaciuta e che mi ha portato a provare qualcosa di diverso. Non mi pento di aver intrapreso questo percorso, e sto pensando di iscrivermi all’università per poter lavorare in questo ambito. Mi sento gratificata».
Le storie di questi ragazzi e di molti altri presenti mettono in evidenza il doppio ruolo del Scu: da una parte una palestra di cittadinanza attiva, dall’altra un primo approccio al mondo del lavoro e un valido strumento per potersi orientare sul mercato, per capire ciò che realmente si vuole fare. È ormai noto che più di uno studente, soprattutto alla fine delle scuole di secondo grado (le cosiddette scuole “superiori”) trova difficoltà nel capire verso quale lido navigare. Il supporto alla scelta può e deve passare anche da qua. Ma come?
Al tavolo non sono seduti solo volontari ed enti, ma anche istituzioni e amministrazioni. Un importante contributo giovedì è stato dato da Laura Mantega (Aspal): «Oggi uno dei primi input che mi è arrivato è che si viene a conoscenza perlopiù per il passaparola, non perché noi enti e istituzioni siamo riusciti a comunicarlo. Problema grandissimo, e merito di questo incontro è metterci in contatto e farci conoscere questi aspetti. C’è poca comunicazione sia verso l’esterno, sia all’interno della stessa amministrazione. Abbiamo tanti problemi nel coinvolgere i giovani nelle politiche per il lavoro. Dobbiamo imparare a lavorare come una rete».

Sullo stesso tema Angela Rita Carrusci (Regione): «Spesso non c’è raccordo, perché non sappiamo che cosa fanno i Comuni rispetto a cosa fa la Regione. È un problema delle istituzioni. Spesso non si conoscono i progetti messi in moto, e questo è un fallimento per l’amministrazione, ma ci stiamo lavorando.» Passaggio importante quello sulla legge per le Politiche giovanili. «Non esiste una legge a livello nazionale, e stiamo chiedendo al Dipartimento di operare in tal senso. Non esiste neanche a livello regionale, siamo una delle poche Regioni ad esserne sprovvisti. C’è un disegno che risale al periodo pre-pandemia, ma non riusciremo a vederla in questa legislatura. Nella prossima avremo tempo per migliorarla e per curare anche il discorso del Servizio civile».
Alla parte più operativa del processo si arriverà. Come detto in apertura da Andrea Pianu, questo è un gruppo di lavoro che ha l’obiettivo, per volontà e necessità, di durare nel tempo per poter studiare con cura misure concrete. Ma questo primo appuntamento mette delle solide basi sul futuro. «Oggi abbiamo avuto la possibilità di condividere esperienze e conoscenze», ha detto Daniela Sitzia (Anci). «Il ruolo del Servizio civile, patrimonio degli enti locali, delle Regioni e delle associazioni, come fattore comune ha raggiunto la consapevolezza che, pur essendo uno strumento positivo e percepito come tale, non è conosciuto a sufficienza dalle istituzioni e dal mondo associativo. Questo è un dato, e deve riportare ognuno di noi a investire risorse che possano rendere attive, in termini di pianificazione, progettazione e interlocuzione, le istanze dei ragazzi, per arrivare a capire meglio come deve essere comunicato il servizio civile, come orientare meglio i ragazzi, a rendere competenti gli operatori del settore, soprattutto su come utilizzare al meglio questo strumento. Spero, soprattutto, che da questo laboratorio informale possa formalizzarsi un micro coordinamento di lavoro, che ci veda tutti equi ordinati. Inoltre, sarebbe opportuno che si iniziasse a creare una cabina di regia inter-assessoriale con una nota che coinvolgesse tutti gli assessorati e gli enti regionali coinvolti, riconoscendo e istituendo il tavolo di coordinamento per agire in maniera sistemica in tutto il territorio sardo».
In chiusura la sintesi di uno dei promotori dell’evento, Franco Uda (Arci): «Abbiamo imparato che l’era della comunicazione non è l’era della conoscenza. Anzi, probabilmente l’eccesso della comunicazione gioca a sfavore. La problematica del rapporto tra cittadino e istituzione affligge tutto il mondo democratico, e quando prendiamo in esame le generazioni più giovani questo rapporto si incrina ancora di più. Quando parlo di alleanza strategica nei territori tra il Terzo settore e gli enti locali, parlo di questo: le istituzioni hanno sicuramente più mezzi, ma noi abbiamo una rete di relazioni superiore. Siccome dal locale partono le necessità, dobbiamo provare a mettere insieme queste due cose».
Il tavolo si aggiornerà quindi nelle prossime settimane, con lo sguardo fisso sulle elezioni regionali ormai imminenti. «Dobbiamo provare da un lato a costruire un appuntamento che permetta di rilanciare le politiche giovanili, studiate da un tavolo paritario, e dall’altra elaborare e istruire materiale per migliorare i modelli di comunicazione, tra di noi e con i giovani», ha concluso Pianu.
(articolo a cura di Riccardo Mascia)



