«Vogliamo approfondire in maniera decisa i temi che sono collegati alla salute e ai servizi territoriali, e dell’integrazione tra sociale e sanitario». Così Andrea Pianu, portavoce Forum Terzo Settore Sardegna – Fts e responsabile Legacoopsociali Sardegna, ha presentato il secondo momento di approfondimento promosso dall’Fts e curato da Legacoopsociali, Federsolidarietà-Confcooperative e Agci Imprese sociali – Sardegna.
Obiettivi generali e modus operandi sono i medesimi utilizzati nel primo appuntamento, dedicato alle politiche giovanili e al Servizio civile universale: riunire al tavolo tutti gli attori coinvolti per creare, attraverso un dialogo democratico e aperto, un canale di comunicazione tra Terzo settore, Regione, le Aziende sanitarie e gli enti locali. In agenda tutti gli aspetti del welfare, senza distinguo tra sanità e servizi sociali.

«Per noi tenere insieme queste cose è fondamentale», dice Pianu. «Il problema è che la politica non dà un indirizzo forte. Dal nostro punto di vista serve un rapporto di riconoscimento reciproco, e non basta che sia dichiarato nelle norme. È necessario un cambio di cultura che riguarda anche noi come Terzo settore, perché non possiamo essere soggetti meramente erogatori di servizi, ma dobbiamo essere capaci di contribuire a costruire progettualità, che impattino sulla vita delle persone».
Per costruire questo legame, ancora in fase embrionale, il contributo di Francesca Piras (direttore generale della Sanità all’assessorato regionale competente), Giovanni Deiana (dg delle Politiche sociali dello stesso assessorato) e Francesco Agus (consigliere regionale, VI commissione permanente). «In questi cinque anni ho fatto parte della Commissione che si occupa di salute, intesa come sanità e sociale», ha detto quest’ultimo. Proprio al sociale spesso è stato dato un ruolo marginale, con relativamente brevi discussioni in merito a decisioni prese dalla Giunta e che il Consiglio, di fatto, prende per buone senza dar troppa attenzione. O la politica regionale e le istituzioni cambiano prospettiva, smettendo di considerare il sociale come la cenerentola della spesa e della programmazione regionale, oppure il risultato sarà sempre lo stesso: ogni decisione sarà estemporanea, tarata sull’emergenza del momento».
Lo scenario descritto dal consigliere non sorprende gli addetti ai lavori; il risultato di questa gerarchia di priorità è che il Terzo settore arranca e rimane indietro non solo rispetto al pubblico, ma anche rispetto al privato. «Nella nostra comunità stiamo accogliendo delle persone gratuitamente, e non per scelta», spiega Giovanna Grillo, presidente del Coordinamento delle comunità terapeutiche sarde. «Abbiamo pazienti con doppia diagnosi per i quali il SerD non paga dopo il quindicesimo mese, rimpallando poi ad altri l’onere. Questa è la differenza tra il privato e il Terzo settore. Se nella prospettiva metodologica della politica e delle direzioni generali ci fosse la voglia di capire i processi, probabilmente scoprirebbero e scopriremmo realtà molto più complesse».
Sempre sul dualismo privato-Terzo settore discute Riccardo Atzori, della cooperativa sociale Ctr Onlus, allargando il ragionamento sul tema della carenza di personale qualificato: «Lo shock sul mercato del lavoro sta portando ad avere infermieri che non sono più professionisti con un rapporto di lavoro stabile con le organizzazioni, che acquisiscono esperienza. Tutti temi per altro importanti per alcuni servizi particolari, come quelli in Adi (Assistenza domiciliare integrata). Non si fidelizzano, restituendo l’esperienza appresa, ma monetizzano la loro forza contrattuale oppure cercano ruoli stabili nella pubblica amministrazione. Sia sugli stipendi alti, sia sulla stabilità, il Terzo settore è più debole del resto del privato, e non può offrire remunerazioni in linea».
La problematica sulle professionalità non si ferma agli infermieri: tutto il sistema sanitario è a forte rischio, e nei prossimi dieci anni è lecito aspettarsi un peggioramento generale della situazione. A livello provinciale, un forte segnale lo si ha dall’assenza di un corso di studi per gli assistenti sociali all’Università di Cagliari, gravissima mancanza per un capoluogo. Sulla tematica spiega Agus: «I laureati nelle nostre università, sardi con professionalità adatte a lavorare nel territorio, prendono altre strade. Mai come ora abbiamo avuto dimissioni nei servizi pubblici, emergenza denunciata praticamente da ogni struttura della Sardegna. Vanno a fare qualunque altro lavoro. Questo è il primo problema da affrontare, considerando l’invecchiamento della popolazione e lo spopolamento che renderà ancora più marginale il ruolo dei piccoli centri, la situazione non può che aggravarsi ulteriormente».
A ben vedere siamo fuori da una problematica circoscritta alle professionalità; piuttosto è bene trattare nel complesso il tema della sostenibilità del sistema, a cui dobbiamo aggiungere un altro tassello, quella del tariffario. «Faccio un esempio per capire tariffe ed economie di scala», aggiunge Riccardo Atzori. «La riforma della salute mentale del 2007 aveva imposto che le strutture avessero una dimensione massima di otto posti letto. Oggi abbiamo strutture con trentadue posti letto. Le tariffe del periodo forse andavano bene allora, ma al giorno d’oggi una struttura con otto posti letto ha bisogno del 95% delle presenze nel corso di un anno per non andare in perdita».
Su questo aspetto è intervenuto anche Giorgio Pintus, segretario generale Cgil Funzione pubblica, portavoce dei sindacati confederali per la giornata: «La sostenibilità non può essere pensata come la presa ad atto della fissazione di alcuni vincoli. Prendiamo per esempio i sistemi tariffari: andrebbero costruiti a valle di una valutazione dei bisogni, non come premessa sulla quale poi si studiano le politiche e gli standard organizzativi. Bisogna creare politiche che rispondano a bisogni diversi, quindi a costi diversi, e si studino sistemi tariffari capaci e idonei a finanziare la copertura di tutti i fattori di produzione dei servizi».

Facendo la sintesi non è difficile comprendere quanto sia profonda la problematica della sostenibilità. Se l’emergenza sul personale qualificato parte addirittura dall’assenza – almeno per alcune figure – di un corso di studi specifico, stiamo andando ben oltre l’ambito della sanità; parliamo dell’assenza di una programmazione a lungo termine, a partire dall’istruzione. Se poi a questa si sommano tutte quelle emergenze sociali note, che da anni stanno erodendo il capitale sociale sardo, il quadro diventa parecchio preoccupante: una minore stabilità economica degli enti a fronte di una maggiore richiesta da parte di una popolazione che tende statisticamente ad invecchiare sempre di più.
Le imminenti elezioni possono forse fornire un’occasione per far sentire la propria voce. Non mancano però le preoccupazioni in merito: «Mi aspetto che la nuova giunta ci dica se avremo più o meno risorse rispetto gli anni passati», dice Giovanni Loi, nuovo presidente regionale Agci, «perché ho sentito qualche candidato che parla di risorse abbondanti, e qualche altro parlare di risorse scarse. In questi anni ci siamo aggrappati ai decreti, alla dirigenza generale di turno, agli assessori di turno. Non c’è stata una politica che abbia gestito il sistema sanitario e sociale; e questo lo paghiamo oggi».
È quindi la mancanza di una programmazione efficace ed efficiente il peccato originale. L’assenza di una direzione unitaria si fa sentire, ancor di più se si pensa alla difficoltà di molti paesi, soprattutto dell’entroterra, che soffrono di un isolamento persistente, una vera e propria caratteristica negativa. Chiaro è che alcuni strumenti validi a disposizione già ci sono, ma non sono sufficienti: lo spiega Antonello Pili, presidente di Federsolidarietà Sardegna: «Comprendo il grande sforzo che si sta tendando di fare e la complessità dell’attuazione dei pezzi di Pnrr nell’ambito sanitario che si stanno portando avanti, dalle case di comunità all’Adi, dalla medicina territoriale al contratto integrativo ancora poco sfruttato dai medici. Questi strumenti alleggerirebbero il sistema per quanto riguarda codici bianchi e verdi, e aiuterebbero le aree rurali diminuendo l’affluenza nei poliambulatori e nella dislocazione territoriale, ma l’assenza di medici ne riduce di molto l’utilità. Vanno strutturati e organizzati».

Il miglioramento del servizio non può quindi non passare per il confronto tra enti ed istituzioni, incentivando una programmazione più efficiente e a largo spettro, che riesca a leggere quelle criticità territoriali ed economiche da cui nascono le più gravi problematiche del sistema sanitario e sociale sardo. «Oggi più che mai è necessario questo dialogo», afferma Lucia Coi, presidente regionale di Anpas e Csv Sardegna. «È necessaria una disponibilità da parte nostra e delle istituzioni a trovare dei punti di confronto e di crescita, nell’ottica di migliorare il servizio offerto alle comunità. Noi di Anpas per anni ci siamo battuti contro un sistema di emergenza-urgenza che ancora è distante anni luce da quello che ci indica la norma. In Sardegna siamo molto lontani dalle realtà insediate in altri territori italiani. Non abbiamo un sistema di accreditamento che permetta il riconoscimento di determinati criteri e controlli per accedere al sistema, di conseguenza non abbiamo quei requisiti fondamentali che renderebbero più efficienti i servizi. Abbiamo a tal proposito aperto un dialogo con Areus, e finora è stato abbastanza produttivo». Sulle problematiche territoriali, ha poi aggiunto Coi, «la nostra comunità ha un bisogno specifico rispetto ad altri territori italiani, proprio per la sua connotazione geografica e anche culturale. Dobbiamo rendere più efficiente il servizio, a partire dalla formazione degli operatori».

La parola passa quindi alle istituzioni. La presenza dei direttori generali dell’assessorato regionale della Sanità si è da subito rivelata preziosa. Grande merito del Forum nel riuscire a creare questo momento di confronto. Sui temi è intervenuta Francesca Piras: «In primis, per quanto riguarda il problema territoriale, un grande aiuto verrà dato dalle Case della comunità. Propongo una collaborazione su questo aspetto con tutti gli attori istituzionali perché, quando nel 2026 raggiungeremo il target e dovremo rendere funzionanti queste strutture, non potremo prescindere dal supporto del Terzo Settore. C’è inoltre l’esigenza di attivare l’Osservatorio sugli appalti». Per quanto riguarda le risorse alla sanità, «sono aumentate dal 2018 ad oggi di quasi 500 milioni di euro. Si prevede una contrazione nel 2025, ma avremo un incremento dei fondi comunitari. Dovremo essere bravi a progettare».

Sugli accreditamenti, Piras ha precisato che «è l’obiettivo 2024 per l’Areus. Per mancanza di tempo e risorse non è forse riuscita a sentire tutti gli operatori, ma ha fatto un grandissimo lavoro perché ha creato per la prima volta una rete solida sul territorio, ha lavorato sui sistemi di accreditamento e sui requisiti. Abbiamo scritto una proposta normativa recentemente che delinea proprio questo sistema. In ritardo, ma si sta facendo».
Più complicato parlare delle tariffe: «Purtroppo, tutto quello che grava sul sociale incide sul Fondo unico dei Comuni. Abbiamo fatto diverse proposte per iniziare ad adeguare il Fondo, ma non siamo riusciti a farle approvare in Consiglio regionale. Non possiamo fare niente se non abbiamo la copertura finanziaria. Condivido che servirebbe un’analisi dei bisogni alla base, ma non coincide con quello che a livello nazionale ci viene riportato nel profilo assistenziale di riferimento. Quello che io ho sempre proposto è di costruire dei pacchetti e dei progetti che possano garantire delle maggiorazioni tariffarie per tutti quei bisogni che non soddisfano i nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza)».

Giovanni Deiana, direttore generale delle Politiche sociali, si rammarica del fatto che «è ancora fermo in Commissione sanità del Consiglio regionale il nuovo Piano per le politiche sociali. Confidiamo che la situazione si sblocchi in avvio della prossima legislatura. Abbiamo grosse carenze per il numero di assistenti sociali, nonostante la Sardegna sia tra le regioni più attrezzate sotto questo punto di vista. In generale, l’obiettivo del 2024 è quello di migliorare i bandi regionali per un utilizzo più razionale e immediato delle risorse finanziarie. Siamo a un buon punto sull’aggiornamento delle tariffe delle strutture accreditate, ovviamente occorrono le necessarie coperture economiche. Sulla non autosufficienza, ritengo che la legge regionale 162 e il programma “Ritornare a casa” siano interventi di grandissimo spessore ma non bastano: occorre semplificare i procedimenti e prevedere interventi triennali per garantire la dovuta continuità agli operatori».
Prossimo appuntamento del Forum Terzo settore il 14 febbraio, a Cagliari, all’incontro con i candidati alla presidenza della Regione sarda. «Dobbiamo portare la nostra ricchezza di esperienza e di persone. Da questa fase noi vogliamo uscire più robusti e con maggiori responsabilità», spiega Pianu.
(testo a cura di Riccardo Mascia)



