Ambiente e cambiamento climatico, che cosa ci ha detto l’incontro promosso da Fts

Il Forum del Terzo settore – Fts Sardegna prosegue con i momenti di riflessione organizzati presso la sede cagliaritana del Csv Sardegna (Centro servizi per il volontariato). Il tema trattato nel terzo appuntamento è quello del cambiamento climatico e della tutela dell’ambiente. Il tavolo, organizzato in sinergia con Legambiente, è stato introdotto dal portavoce di Fts Sardegna, Andrea Pianu, e coordinato dal responsabile scientifico di Legambiente Sardegna e docente di Ingegneria civile ed architettura all’Università di Cagliari, Giorgio Querzoli.

«I cambiamenti climatici sono una sfida collettiva», ha spiegato il professor Querzoli. «L’elemento fondamentale dei cambiamenti è che sono imprevedibili nella loro evoluzione; conosciamo la direzione generale verso il quale stanno andando, ma non nello specifico i singoli elementi e mutamenti. Dobbiamo essere in grado di affrontare cose che non conosciamo. Per questo il termine “sfida collettiva” è importante: perché della molteplicità delle soluzioni messe in campo noi non sappiamo quale sia la risposta giusta, ma lavorando su più fronti possiamo trovare quella più adatta».

Il professor Giorgio Querzoli introduce il momento di riflessione

L’incarico di aprire la seduta è stato lasciato al meteorologo Carlo Torchiani, chiaro il segnale che gli organizzatori hanno voluto mandare: bisogna fondare ogni tipo di discussione su basi scientifiche solide, perché solo con i fatti comprovati è possibile superare le resistenze che permangono sul tema. «L’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) ha affermato che il Mediterraneo, viste le sue caratteristiche, sarà uno dei punti che risentirà maggiormente degli effetti delle variazioni climatiche, sotto vari aspetti: ondate di calore, fenomeni estremi e crescita del livello del mare, con conseguenze in primis su agricoltura ed ecosistemi presenti», ha esordito Torchiani. «Le variazioni climatiche sono il risultato di effetti ricondotti a fenomeni sia naturali che antropici. Legati a questa problematica sono i gas serra, in particolare il vapor d’acqua, prodotta ad esempio dallo scioglimento dei ghiacciai, e la CO2.  Attualmente i settori che inquinano di più sono quelli dell’energia (73%), i processi industriali (5%), i rifiuti (3%) e l’agricoltura, silvicoltura e utilizzo del suolo (19%), soprattutto per quanto riguarda i grossi allevamenti di bestiame. Specificatamente sulla CO2, e in particolare le emissioni di CO2 pro capite in Italia, la media si attesta intorno alle 4,9 tonnellate su metro cubo. Tra le regioni, la Sardegna è all’ultimo posto con 9 tonnellate ad abitante prodotte. Di recente la Commissione europea ha fissato l’obiettivo della riduzione netta delle emissioni di gas serra del 90% entro il 2040. Visti questi dati, non so se riusciremo».

Da sinistra: Andrea Pianu, Giorgio Querzoli e il meteorologo Carlo Torchiani

La situazione sarda è problematica; se in altri ambiti sono stati raggiunti dei miglioramenti importanti, la produzione di CO2 è più che doppia rispetto alla media. L’Isola ha fatto passi avanti incredibili in altri ambiti legati all’economia circolare, ma il percorso della green transition è ancora lungo. Nondimeno, la pubblica amministrazione da tempo sta lavorando per accelerare la transizione. Era presente all’incontro Gianluca Cocco, direttore del Servizio sostenibilità ambientale, valutazione strategica e sistemi informativi (Svasi) presso la Direzione generale della Difesa dell’ambiente, Regione Sardegna. «Cosa significa per un’amministrazione fare sviluppo sostenibile? Noi siamo partiti nel 2018, in sinergia con la strategia nazionale del 2017, con poche risorse da poter sfruttare. Da allora abbiamo costruito attraverso tre diverse delibere di Giunta la Strategia regionale di sviluppo sostenibile, chiamata “Sardegna 2030”. Abbiamo iniziato analizzando tutte le pianificazioni e strategie che la Sardegna ha fatto negli anni, anche quelle non strettamente legate all’ambiente, e abbiamo voluto integrare le politiche, superando l’approccio settoriale. Nel tempo siamo riusciti a combinare la costruzione di fondi come il Fondo sociale europeo, il Fondo europeo di sviluppo regionale, i fondi per l’agricoltura, con la costruzione della strategia regionale di sviluppo sostenibile, portando a spendere le risorse sempre con un occhio di riguardo verso l’ambiente. Chi spende ha bisogno di capire come spendere in maniera sostenibile, sia ambientalmente che socialmente. Abbiamo lavorato sulla partecipazione, mettendo insieme portatori di interessi e portatori di diritti, attraverso incontri aperti ai cittadini. Sotto questo aspetto forse potevamo fare meglio: la difficoltà è includere chi sta fuori dalle reti. Parallelamente stiamo lavorando sulla rete di educazione ambientale, che conta 60 centri, andando dentro le scuole e cercando di intercettare i cittadini al fine di sensibilizzare sul tema. In attesa di politiche rivolte alla mitigazione del problema, lavoriamo sull’adattamento al clima che cambia. Con Sardegna 2030 abbiamo operato per processi e non per prodotti».

Gianluca Cocco (assessorato regionale all’Ambiente)

A livello regionale la strada è tracciata sino al 2030, se non oltre. Ma la transizione verso una società più attenta all’ambiente passa da tutti i livelli di governo. In continuità con il contributo del direttore Cocco, la responsabile del Servizio di pianificazione strategica, Pnrr e LabMet della Città metropolitana di Cagliari, Isabella Ligia: «Quando nel 2019 abbiamo iniziato a redigere il piano riferito alla Città metropolitana, nata nel 2016, lo abbiamo fatto in un modo che definirei smart, cercando di restituire con il nostro lavoro l’immagine di una città che potesse essere innovativa, sostenibile e resiliente. Abbiamo puntato sul concetto di rigenerazione dei processi: rigenerare l’amministrazione pubblica parte dal rigenerare la pubblica amministrazione. Abbiamo iniziato un percorso di sviluppo contenente tutte le tematiche e i progetti, anche quelli già esistenti, e così siamo arrivati a costruire il nostro Piano strategico, contenente 91 politiche realisticamente perseguibili, in armonia con la Strategia di sviluppo regionale e con gli indicatori dell’allora futura programmazione del Pnrr. Le 91 schede sono state sistematizzate in 13 azioni, negoziate con portatori d’interesse, sindaci e uffici tecnici dei Comuni.  Tra queste, quella risultata prioritaria è il progetto dell’anello sostenibile, una grande infrastruttura verde costruita senza aumentare i volumi, ma rigenerando una collezione di opere pubbliche già esistenti, divenuto un vero e proprio Piano urbano integrato. Parliamo di 33 opere riportare in funzione, con un finanziamento pari a circa 101,2 milioni di euro, che integrano sistemi naturali e antropici, con un valore culturale e sociale. Parallelamente abbiamo finanziato opere legate alla mobilità, soprattutto quella integrata agli aspetti naturalistici dei luoghi e in particolare ai fiumi. Emblematico il processo svolto per rendere navigabile il canale di Terramaini. Nei cantieri stanno iniziando i lavori. Da menzionare il LabMet (Laboratorio metropolitano d’innovazione), l’Agenzia urbana della Città metropolitana, che si basa sui principi di governo aperto, un metodo di sviluppo e orientamento alla spesa pubblica nell’ottica della massima inclusione, partecipazione, trasparenza e monitorabilità. Si muove su tre assi: partecipazione, ricerca e l’osservatorio, quest’ultimo impegnato nel mappare le aree residuali nei Comuni, al fine di promuovere progetti come quello della forestazione urbana».

La responsabile di LabMet, Isabella Ligia

Il concetto di “governo aperto” viene citato più volte nella pianificazione delle amministrazioni: la transizione ecologica, in tutte le sue forme e sfumature, non può prescindere da una presa di coscienza del cittadino e dalla sua partecipazione attiva nel processo. Punto nodale della cittadinanza attiva è il Terzo settore, impegnato su due fronti: supporto alle istituzioni in quanto portatrici di interessi diffusi, ed educazione e sensibilizzazione dei cittadini ai temi sociali e socialmente rilevanti. Esempio di questa missione è Legambiente, come ha spiegato Annalisa Colombu, presidente di Legambiente Sardegna: «Non basta essere un’associazione che studia e approfondisce una tematica, mettendo a disposizione del legislatore l’esperienza maturata. Il coinvolgimento dei cittadini deve avvenire a livello diverso, per far sì che sia comprensibile a tutti. Innanzitutto a livello nazionale Legambiente, grazie ai dati raccolti dall’Osservatorio Città Clima, pubblica ogni anno – con un focus specifico sempre diverso – il dossier “Il clima è già cambiato”, reperibile gratuitamente su internet. Inoltre, porta avanti varie campagne di sensibilizzazione che confluiscono sulla piattaforma “Change climate change”: un esempio è “Life ClimAction”, che ha l’obiettivo di educare non solo le amministrazioni ma anche i cittadini e le imprese, sugli effetti del cambiamento climatico, diffondendo un’informazione corretta sulle possibilità e sugli strumenti per contrastarlo. Fondamentale coinvolgere i più giovani; per alimentare la partecipazione dei ragazzi è stato creato il progetto “Youth4Planet”. Prosecuzione di questo è lo “Youth climate meeting”, un campeggio in cui giovani da tutta Italia si incontrano, fanno formazione formale, discutono e producono elaborati, cercando di coinvolgere i coetanei».

Da sinistra: Giorgio Querzoli e la presidente Legambiente Sardegna, Annalisa Colombu

La sensibilizzazione a mantenere uno stile di vita rispettoso per l’ambiente è sicuramente la base da cui partire. Cionondimeno è importante chiedersi quali altri cambiamenti possono contribuire alla transizione ecologica. Un esempio sono le comunità energetiche rinnovabili (Cer), intese come un’associazione tra cittadini, attività commerciali, imprese, enti territoriali ed autorità locali che decidono di unirsi per produrre e condividere energia elettrica necessaria al proprio fabbisogno, proveniente da impianti alimentati da fonti rinnovabili.

Giuseppe Desogus, docente di ingegneria civile ed architettura all’Università di Cagliari, ha spiegato: «Nascono perché devono migliorare il paradigma della generazione energetica distribuita, soprattutto se mettiamo nell’equazione le fonti di energia rinnovabile. Il limite di queste fonti è l’impossibilità di condividere la produzione in eccesso. La rete non era pronta e non lo è tuttora, ma le Cer sono un escamotage per ridurre questo spreco, abbassando essenzialmente i costi sulla bolletta sia per i cittadini che per le aziende, e portando tutta una serie di altri vantaggi sulla raccolta dati e controllo dei consumi. È sicuramente uno strumento valido per la transizione energetica, anche se non risolutivo del problema. Le cer sono di fatto un medium, uno strumento partecipativo».

La relazione del professor Giuseppe Desogus (UniCa)

Le informazioni tecniche fornite, sia dal punto di vista amministrativo che da quello scientifico, portano a ragionare sull’importanza della collettività e dell’associazionismo. Il tema del cambiamento climatica va affrontato in maniera coesa, non c’è alternativa; l’onere non può essere lasciato alle sole istituzioni, perché le politiche pubbliche senza la collaborazione dei cittadini non possono funzionare. Come convincere quindi il cittadino a collaborare? Come il consumatore? Come l’imprenditore? Non esiste una risposta univoca, ed è lecito pensare che il modo di approcciarsi al discorso dipenda più dal destinatario che dal mittente. Tuttavia, si possono trovare dei punti di partenza sul come porre la questione al pubblico.

«Credo che ci sia bisogno da parte di tutti, anche di chi non è impegnato immediatamente nella sostenibilità ambientale, di costruire un canale di scambio per ragionare su come portare la scientificità ad un livello di senso comune», ha detto Andrea Pianu. «Questo non significa banalizzare bensì approcciarsi in maniera diversa, per far comprendere appieno la questione. Spesso ci si concentra sull’aspetto emergenziale, e non viene dato sufficiente spazio a temi come quelli trattati oggi, con il risultato che il cittadino non è a conoscenza di avere dei canali con il quale comunicare la propria idea».

Sugli Enti del Terzo settore, Pianu ha sottolineato che «dobbiamo essere bravi a cogliere le occasioni e a non tarpare lo sforzo innovativo che le istituzioni stanno portando avanti. Delle volte rischiamo di soffermarci troppo sulla critica, e non riusciamo a cogliere gli spazi che ci possono essere per innescare i meccanismi di cambiamento che sono virtuosi per l’Istituzione e per la comunità».

(testo a cura di Riccardo Mascia)

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