Da Macomer alla Mongolia: Emanuele, l’avventura di un volontario dal cuore grande

Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato (non per caso) in una città della Sardegna. Emanuele Pireddu, 34enne di Macomer, ha voluto viverla con due amici: tra questi c’era un suo concittadino, l’ex compagno di scuola Davide Graziani. Insieme hanno percorso più di 14mila km in poco meno di due mesi, a bordo di un Piaggio Porter modificato da loro stessi. Sono partiti da Bologna e hanno attraversato alcuni dei Paesi più poveri dell’Asia, per portare medicinali, viveri, indumenti e soldi. Sono rientrati in Italia due settimane fa, il lavoro chiamava.

Il volontario dell’Anpas (primo a sinistra) con gli amici Davide e Matteo

Emanuele è un volontario della Croce Verde di Macomer e dell’Anpas Sardegna. Ma stavolta ha vissuto questa straordinaria esperienza a titolo personale. «Ho iniziato facendo il Servizio civile alla Croce Verde. Dal 2008 ho proseguito facendo il volontario alla guida delle ambulanze, cosa che dal 2021 faccio ogni giorno anche per il 118 dell’Areus, l’Azienda che mi ha permesso di prendere due mesi di aspettativa non retribuita. Ecco perché sono potuto partire soltanto ora e non prima».

In tre si sono quotati per acquistare il furgone usato e modificarlo in Van. Senza chiedere aiuto a nessuno. Non disponevano di ingenti capitali, soltanto i soldi raccolti con una colletta tra parenti e amici che si fidano ciecamente di loro. «Era impossibile coinvolgere qualche sponsor perché non potevano dare un riscontro ufficiale e attendibile di ciò che avremmo fatto», riconosce Emanuele. «Come ci è venuta l’idea? Questa iniziativa si inseriva all’interno di un progetto benefico molto più grande, il Mongol Rally, che è organizzato da una società che ha sede a Londra e si svolge dal 2004. Ha una cadenza annuale ed è un rally non competitivo, riservato a mezzi della cilindrata massima di 1200 cc, con almeno dieci anni di vita. Si parte da Londra o da Praga. Le prime edizioni avevano la meta in Mongolia, da cui il nome; poi il traguardo è stato spostato a Ulan Udè, in Siberia. L’anno scorso e quest’anno la manifestazione è stata annullata, più che altro per i problemi lamentati dagli equipaggi inglesi, che non potevano avere il visto per l’Iran e neppure per la Russia. Così abbiamo deciso di fare questa esperienza per conto nostro, anche perché era probabilmente l’ultima occasione: se decideremo di mettere su famiglia, non sarà semplice partire da soli per 50-60 giorni».

«Abbiamo voluto rispettare il percorso del Mongol Rally, che peraltro non avevamo mai fatto. In passato siamo stati in Africa, Sudamerica e India. È stato pure un modo per portare all’estero il nome dell’associazione culturale Way Out, da noi costituita alcuni anni fa: il direttivo è composto da noi tre e altri amici. Way Out organizza esperienze di vita in Paesi o comunque in località molto differenti da quelli battuti dal turismo di massa: per esempio nei villaggi in mezzo al deserto o tra le montagne, dove la gente campa allevando due caprette e coltivando un orticello che garantisce la sopravvivenza. Insomma, niente Maldive o Seychelles».

«L’idea di partenza era chiara: consegnare di persona i beni e i soldi senza intermediari. Una precedente esperienza negativa ci aveva fatto capire che molte risorse non finivano ai beneficiari, ma si perdevano in diversi rivoli». Quali sono state le modalità di scelta dei destinatari? «È stato tutto abbastanza casuale, spesso dettato dalle emozioni che vivevamo sul momento», spiega Emanuele. «In molti villaggi ci siamo imbattuti in situazioni di disagio che, a nostro avviso, richiedevano un contributo in denaro, altre volte erano necessari i viveri o i medicinali. In Turchia non si è presentata l’occasione di aiutare qualcuno, mentre è capitato in Iran, Turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan e Mongolia: nella maggior parte di questi Paesi, 200 dollari americani permettono a una famiglia di campare per un anno. Sì, li abbiamo messi di tasca nostra, ma lo abbiamo fatto col cuore: siamo giovani e, per ora, possiamo permettercelo».

«In Asia abbiamo toccato anche aree un po’ a rischio, caratterizzate da conflitti armati tra Paesi confinanti. Ma gli italiani sono ben visti un po’ dappertutto. Talvolta abbiamo dovuto superare i problemi dei visti ma ci hanno accolti con benevolenza. Ci siamo dovuti adattare: per metà del viaggio abbiamo dormito nel nostro Van, un po’ stretti. A volte siamo stati in ostelli, in alcune occasioni ci hanno ospitati le famiglie conosciute in quelle località, incuriosite dalla nostra presenza in quei luoghi sperduti. Molti bambini o adolescenti non avevamo mai visto prima d’ora degli occidentali. Hanno condiviso con noi quel poco che avevano: uova, riso, pecora e montone non mancavano mai. Pensate, sono riuscito a prendere due chili! In qualche occasione ci siamo limitati a un semplice assaggio: ho sorseggiato appena del latte di cavalla rancido, quello era davvero troppo anche per me che pure non sono schizzinoso».

Le situazioni, i paesaggi, ma soprattutto le persone incontrate. «Abbiamo trovato tanta gente straordinaria, ci hanno presi subito in simpatia. In alcuni villaggi non c’era rete e non disponevamo del traduttore automatico, non parlavano l’inglese o il francese, ci siamo dovuti arrangiare con i gesti. Si sono create situazioni paradossali ma divertenti, siamo riusciti a farci capire anche con gli sguardi. Un record di comunicazione non verbale. Di questa esperienza resta una sensazione bellissima, che non riesco a spiegare bene a parole. Non sono mancati i momenti di grande difficoltà, per esempio quando abbiamo avuto problemi con il mezzo in pieno deserto e siamo stati salvati da gente di passaggio. Qualche volta abbiamo avuto paura di non farcela, ma siamo stati fortunati. La semplicità di quella gente era straordinaria, molti si accontentavano di una foto o di un sorriso: sono abituati a condividere il poco che hanno. Una lezione di vita. In un villaggio a 3.700 metri di quota ci siamo fermati a giocare a pallone in uno spiazzo: un pallone vero, donato loro da qualche turista. Quindici ragazzi più noi, gli unici adulti maschi presenti in quel luogo: gli uomini erano tutti al pascolo con le capre e i cavalli. Siamo stati in alcuni Paesi in cui vige la dittatura, come Iran e Turkmenistan, dove sono vietati i social ma la gente li utilizza lo stesso: infatti, ci siamo spesso scambiati le foto su Instagram. Raramente abbiamo trovato persone povere sprovviste di un cellulare».

È stata pure l’occasione per demolire qualche luogo comune. «In Iran le donne generalmente non possono mostrarsi col volto scoperto. Eppure, quando venivamo affiancati al semaforo da auto con donne alla guida, erano loro stesse a salutarci e darci il benvenuto in quel Paese. Più in generale, tutti erano pronti a fornirci informazioni utili, non appena capivano che eravamo italiani. Sia chiaro: non voglio dire che certe situazioni non esistano più; tuttavia, il mondo sta cambiando più rapidamente di quanto immaginiamo o di quanto ci faccia credere la narrazione di certi media. In Turkmenistan, invece, abbiamo avvertito in maniera pesante la situazione creata da una dura dittatura: al punto che l’Iran ci è sembrato il Paese più liberale al mondo. Sembra un paradosso ma è la verità».

«Volevamo fare questa esperienza, l’abbiamo fatta e ne siamo felici. Perché non è possibile farla tutti i giorni. Amiamo l’avventura, non abbiamo mai partecipato a viaggi organizzati, men che meno nelle consuete mete turistiche. I luoghi e la storia di questi posti straordinari si possono conoscere e apprezzare soltanto in questo modo, a mio avviso. Ci sono delle zone della Siberia dove non ci sono alberi per migliaia di km, dunque non c’è legna da ardere: per riscaldarsi utilizzano lo sterco di cavallo essiccato. La corrente non arriva dappertutto, ci si arrangia con le batterie d’auto e le torce ricaricabili. Ovviamente non ci sono frigoriferi, il cibo si consuma subito, non si conserva. Ecco, questo e altro ci ha fatto compiere un bagno di umiltà che ci permette di apprezzare ancora di più tutto ciò che abbiamo».

Altri
Contenuti