Il Csv Sardegna: l’Iva sarebbe un colpo mortale per le realtà del Terzo settore

Il Centro servizi per il volontariato della Sardegna prende posizione in merito alla proposta del governo nazionale di introdurre l’Iva anche nel Terzo settore. Come è noto, il nuovo regime Iva dovrebbe entrare in vigore dall’1 gennaio 2025, a meno di interventi migliorativi al testo proposto dall’esecutivo. In questi giorni, un po’ tutte le grandi realtà del settore (a cominciare da Acli e Arci) sono impegnate per sensibilizzare in proposito i parlamentari dei diversi schieramenti, molti dei quali hanno presentato emendamento di modifica al disegno di legge di conversione del decreto legge 155, previsto nei prossimi giorni al Senato. Nel frattempo, non arrivano notizie confortanti sugli emendamenti che chiedono quanto meno la proroga dell’entrata in vigore della fine dell’esclusione Iva. Se si andasse nella direzione indicata dal governo, è facilmente ipotizzabile il terremoto che rischierebbe di cancellare moltissime realtà del mondo del volontariato e del sociale.

IlForum del terzo settore ha chiesto ripetutamente di ripristinare l’esclusione per le sole attività degli Ets rivolte ai soci dove non vi sia diretta corrispondenza tra contributi versati e costi sostenuti, annullando così le condizioni dettate dall’Unione europea che obbligano ad essere soggetto Iva. E nonostante nelle norme attuali vi siano altri casi di esclusione, senza condizione alcuna, di soggetti non di Terzo settore. Peraltro, come ricorda oggi una nota delle Acli nazionali, «l’esenzione Iva prevista in sostituzione dell’esclusione non riguarda tutte le attività e prevederebbe costi e problemi di gestione elevati, quali il registratore di cassa e la fatturazione elettronica. Inoltre, l’obbligo Iva previsto da gennaio rappresenterebbe una violazione della libertà associativa e dell’autonomia delle organizzazioni sancita nei principi fondamentali della nostra Costituzione perché l’esenzione, a differenza dell’esclusione, non è un diritto, ma dipende dalla volontà e dalle scelte dello Stato, e ciò subordinerebbe allo Stato e alle maggioranze che ne dettano le norme la possibilità di svolgere la minima attività associativa delle organizzazioni, che ricordiamo si basa di fatto sulla condivisione delle spese tra soci. Basta con questa logica che non riconosce nei fatti l’autonomia delle formazioni sociali e sempre più la riduce a una possibilità non accessibile a tutti. Sottoporre la vita delle formazioni sociali alla volontà delle istituzioni è un attacco alla democrazia».

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