L’ennesimo minuto di raccoglimento osservato su tutti i campi di calcio in Italia. L’ennesima morte di un giovane calciatore che forse poteva essere evitata, se tutte le disposizioni in materia fossero state rispettate. La scomparsa di Mattia Giani, 26enne attaccante del Castelfiorentino (campionato di Eccellenza) non lascia soltanto l’immenso dolore in chi ha conosciuto e apprezzato le doti umane prima ancora che le qualità calcistiche di Mattia. Resta l’amarezza per una cultura che nel nostro Paese stenta a decollare: quella della prevenzione. Molto è stato fatto, da Renato Curi in poi, ma tanto ancora resta da fare. E se è vero che in alcune occasioni, per lo più rare, non ci sono possibilità di salvare la vita di una persona in arresto cardiaco, nella maggior parte dei casi il primo soccorso si rivela determinante in senso contrario.

«I primi quattro minuti sono decisivi, non solo per salvare la vita del paziente ma anche per evitargli eventuali, tragiche conseguenze a livello cerebrale», spiega Gianni Caocci, istruttore dell’Italian Resuscitation Council – Irc, la più importante società scientifica italiana che si occupa di rianimazione cardiopolmonare. «Le cellule, per vivere, hanno bisogno di una continua ossigenazione. Sopportano una normale fase di apnea ma non possono sopravvivere se, per un certo numero di minuti, non sono irrorate dal sangue che porta il suo carico d’ossigeno. E se le cellule muoiono, restano come dei buchi neri nei tessuti cerebrali, con danni gravi o gravissimi permanenti. Per questo motivo non ci stanchiamo di proporre corsi di formazione Blsd ovunque: nelle scuole, nelle società sportive, ai commercianti, persino nelle parrocchie. Nella vita di ogni giorno può capitare di trovarsi di fronte a una persona che avverte un malore: se si è in grado di eseguire le manovre Blsd (acronimo che sta per Basic Life Support Defibrillation, ovvero le manovre di primo soccorso con l’impiego di defibrillatore), in attesa dell’arrivo di un’ambulanza con medico o infermiere a bordo, si compiono tutte le operazioni che possono salvare la vita di una persona. Se si superano i fatidici quattro minuti, ogni secondo che passa può essere determinante per la sopravvivenza del paziente».

«Sin dalla prima infanzia, tutti possono partecipare a un corso di primo soccorso organizzato da una società accreditata», sottolinea Vincenza Monni, presidente di Quartu Soccorso. «Per la certificazione Blsd, invece, occorrono almeno i 16 anni d’età. Si imparano le tecniche per il massaggio cardiopolmonare, le manovre di disostruzione e l’impiego del defibrillatore. Al termine viene rilasciato un certificato di idoneità. Nessuno deve sentirsi non idoneo, anche perché una delle prime cose da fare quando si è accertata la perdita di coscienza del paziente e una insufficiente o assente respirazione, è la chiamata al 112 (il Numero unico nazionale per le emergenze, ndr): da quel momento in poi, sino all’arrivo di un’ambulanza adeguatamente attrezzata, un operatore segue a distanza tutte le operazioni».

Non è solo un problema del calcio e dello sport in generale, dunque. Non a caso, sono ormai diversi gli esercizi commerciali che hanno acquistato un defibrillatore, oltre a quelli installati dalle amministrazioni comunali e altri enti pubblici o privati. Ma forse occorre un intervento forte da parte della politica, guardando a Paesi come la Danimarca dove si impone di seguire un corso Blsd a tutti coloro che vogliono prendere la patente di guida. «In questo modo, dai 18 anni in su, tutti sanno eseguire le manovre di primo soccorso», spiega ancora Caocci. «Non è un caso che i primi a soccorrere il centrocampista danese Christian Eriksen, durante gli Europei del 2021, siano stati gli stessi compagni, ben prima che intervenissero i medici: hanno subito capito di cosa si trattava e non hanno perso un istante. Il giocatore poi è stato condotto immediatamente in ospedale e non ha avuto conseguenze gravi, tanto che sta continuando a giocare (in Italia le disposizioni di legge non glielo avrebbero consentito, ndr). Non è tanto il livello del campionato o della manifestazione che fa la differenza, quanto la preparazione di chi opera in un impianto sportivo (allenatori, dirigenti, giocatori, spettatori) e la presenza di un defibrillatore in perfette condizioni. Faccio un esempio molto pratico: di recente, durante una partita di allenamento in un impianto di Selargius, un tennista di 71 anni si è accasciato a terra. All’improvviso. Per sua fortuna, nel campo a fianco, era presente un istruttore che ben conosce le manovre Blsd, il quale è intervenuto immediatamente e ha salvato la vita all’uomo, impiegando anche il defibrillatore in attesa del nostro arrivo con l’ambulanza».
In Sardegna sono numerose le organizzazioni di volontariato che organizzano i corsi Blsd, affidandosi agli esperti di Irc o altre società scientifiche del settore. Le certificazioni sono riconosciute in tutta l’Europa. È auspicabile che queste iniziative si moltiplichino, generando maggiore sicurezza e consapevolezza.

«In Italia non c’è la cultura del soccorso, la maggior parte della gente (per esempio in ambito sportivo) fa i corsi Blsd soltanto perché vi è costretta», è l’amara considerazione di Cristian Gitani, vicepresidente di Sos Quartu, una Odv affiliata all’Anpas. «La cultura del soccorso va portata ovunque, come accade per esempio in Germania e negli Stati Uniti: intanto nelle scuole e poi in tutti gli altri ambiti della società. Non è importante saper usare il solo defibrillatore, sono importantissimi anche il massaggio cardiopolmonare e le manovre di disostruzione: trovo assurdo che, nel 2024, si debba sentire parlare ancora di casi di morte dovuti a un boccone andato di traverso, soltanto perché un familiare o comunque una persona presente sul posto non sapeva fare una manovra semplicissima. Non colpevolizzo nessuno, ma questa è l’amara realtà».




