Pianu: «Forum e Csv, ruoli differenti ma un comune intento per il Terzo settore»

«Il Forum del Terzo settore? Secondo la mia visione, deve riprendersi il ruolo che gli compete». Inizia così una lunga chiacchierata, sotto forma di intervista, con il nuovo portavoce del Forum Terzo settore Sardegna. Andrea Pianu conosce molto bene questo ambito, visto che da anni guida la Legacoopsociali nell’Isola ed è pure il vicepresidente nazionale di questa grande realtà.

«Va fatta una premessa: il Forum in Sardegna ha risentito delle divisioni che ci sono state tra le varie espressioni del Terzo settore», sottolinea Pianu. «Avevamo piani collegati da un lato alla rappresentanza politica e dall’altro alla gestione dei servizi. La commistione di questi due aspetti ha costruito frizioni e l’incapacità di svolgere un ruolo politico. Il Forum in Sardegna viene da un commissariamento iniziato nel 2018: quattro anni che, con la gestione di Stefania Gelidi, hanno permesso di ricostruire i legami tra le principali associazioni. Contemporaneamente, siamo arrivati a marcare in maniera molto netta la distinzione tra il ruolo di rappresentanza, che spetta al Forum, e il ruolo che spetta al Centro servizi, il quale ha una sua specificità e autonomia che è quella di supportare la formazione e accompagnare il mondo del volontariato. La chiusura di questa partita consente al Forum di dare gambe a un ruolo di rappresentanza politica un po’ più libera dalle incrostazioni del passato, e forse è proprio questo il senso dell’assemblea che ha portato in maniera unitaria alla mia nomina».

Quale futuro si sta preparando nell’immediato per il Terzo settore sardo?

«Vedo due scenari. Innanzi tutto, un percorso di riforma, che è strettamente legato alla riforma del Terzo settore, la quale ci assegna un ruolo ben definito accanto al pubblico. Questa partita è diventata sicuramente un dato acquisito ai più, dal punto di vista culturale, quanto meno in termini di titoli; però c’è ancora un’oggettiva difficoltà che investe Aps, Odv e tutta la cooperazione sociale, ma soprattutto la pubblica amministrazione che deve passare da una fase puramente teorica a una più concreta. Questa è la nostra grande sfida: dobbiamo smettere il vestito di quelli che, nei confronti della pubblica amministrazione, fanno la ruota di scorta. Rivendichiamo invece la nostra capacità di lettura del territorio e dei bisogni delle persone, di avanzare proposte concrete, di rivendicare che queste proposte possano essere discusse in maniera trasparente per poi fare scelte importanti. Va fatto sia a livello locale che regionale. Il livello regionale da solo, dove noi peraltro siamo molto presenti e il più delle volte ascoltati, non basta più perché questa partita poi non viene declinata negli ambiti comunali. A volte le nostre realtà vengono usate dagli enti locali l’una contro l’altra. C’è una chiara difficoltà di fare rete e ad essere maggiormente propositivi».

Questo richiede un cambio di passo.

«Non c’è dubbio: le nostre realtà devono integrarsi per dare risposte diverse rispetto a un’idea che non è quella di una solidarietà pietistica, semmai di una solidarietà per conquistare e affermare i diritti di tutti. Se perdiamo questo elemento, rinunciamo all’essenza del nostro ruolo. Non può essere un intervento sporadico, che poi sporadico negli ultimi anni non è più stato. Le emergenze si susseguono e non si possono più fornire soltanto risposte emergenziali».

Andrea Pianu, portavoce del Forum terzo settore Sardegna

Qual è invece il secondo scenario rilevante?

«Dobbiamo smettere di essere autoreferenziali. Ogni associazione parla molto di ciò che fa, e facciamo molte cose belle e importanti per la vita delle persone. Molte volte, però, lo facciamo pensando anche a come la pubblica amministrazione ci vede e che tipo di valorizzazione ci può dare. Una ricerca dello Iaris di molti anni fa rilevò che molti cittadini sardi usufruiscono delle attività che facciamo, in senso ampio, ma non sanno che quelle attività sono svolte da soggetti del Terzo settore. Questo deve farci riflettere. Tutti. Perché noi svolgiamo una funzione che è anche pubblica, ma non siamo dipendenti pubblici. È una caratteristica del nostro lavoro, che ha un di più: teniamo insieme la solidarietà e i diritti, mostrando un modo particolare di rapportarci con i problemi della quotidianità. Tanto per fare un esempio, non lavoriamo solamente in orario d’ufficio. È un approccio che permea la nostra vita nel profondo».

Il fatto che i cittadini non conoscano questo aspetto, non è gratificante.

«È un grande problema, per noi. Dobbiamo accompagnare il fare con una battaglia culturale che coinvolga tutti i cittadini delle nostre comunità. Paese per paese, quartiere per quartiere. Siamo tutti chiamati a partecipare a un dibattito culturale per affermare i valori che noi esprimiamo».

Nel mare magnum del Terzo settore ci sono due tipologie principali di figure: coloro che svolgono un lavoro vero e proprio, continuativo e regolarmente retribuito, e i classici volontari che dedicano gratuitamente molto o parte del loro tempo libero. Negli anni della pandemia sono però vistosamente calati i volontari. Soprattutto, manca il ricambio generazionale.

«Non so se esista una formula per trovare una soluzione ad un problema che si registra in tutto il Paese. Ma in una fase così delicata per i giovani, per loro il primo obiettivo è quello di cercare di costruirsi un futuro. Il calo dei volontari, tuttavia, non è accompagnato da un incremento dell’occupazione, cioè non si sono ridotte le sacche del lavoro nero nel volontariato, che talvolta è piuttosto diffuso. Rispetto al lavoro sociale avverto una grande difficoltà: il nostro mondo nella pandemia, sia nel pubblico che nel privato, è stato chiamato a dare risposte immani. Ma, a parte le medaglie e qualche titolo sui giornali, il riconoscimento di quel lavoro a favore delle persone è stato pari a zero: nella scuola, nei servizi sociali, nella sanità. Sarebbe servito un cambio di passo, vale a dire risorse, un riconoscimento concreto del ruolo nel territorio, e anche un adeguato trattamento economico. Ma la politica e una parte delle istituzioni pubbliche scaricano la responsabilità sulle organizzazioni del Terzo settore. Dimenticando che enti locali e Asl richiedono certe prestazioni con emolumenti spesso al di sotto dei minimi contrattuali».

Davvero un cattivo esempio.

«Si fa tanta demagogia. Da un lato si vuole dire che il ruolo del Terzo settore è fondamentale, ma dall’altro si dice in maniera fattiva che quello è un mondo che dev’essere organizzato meno di quanto lo siano il pubblico e altri ambiti del Paese. Penso alla cooperazione sociale, richiesta come soggetto economico che può dare lavoro, ma vista pure come un punto di passaggio: l’esempio che mi viene in mente è quello degli infermieri, assunti per l’emergenza nelle strutture pubbliche. Hanno poi aspettato i concorsi per avere la certezza di un lavoro nel lungo periodo. Il Terzo settore ha perso, in parte, la sua attrattività. Poi c’è il bisogno di sollevare l’asticella delle coerenze: una persona che svolge un lavoro sociale, che sia un volontario o il dipendente di un’azienda o un’Aps, si aspetta un contesto in cui partecipi. Che non vuole semplicemente scambiarsi delle informazioni, bensì partecipare alle decisioni e contribuire a far crescere la qualità del lavoro. Se non si tengono insieme questi aspetti, c’è una perdita di motivazione. E, a quel punto, non c’è differenza con le realtà profit».

Gli operatori del Terzo settore hanno profili e vocazioni differenti.

«Sì, perché contribuiamo a costruire cittadinanza. Che poi portiamo anche quando siamo al bar o in qualunque altro contesto sociale. Nella quotidianità dobbiamo portare i nostri valori, e dire se le cose non vanno bene».

Avete avviato un dialogo proficuo con il Csv Sardegna.

«Vogliamo e dobbiamo avere un rapporto di riconoscimento reciproco, nel pieno rispetto dei ruoli. E, nel contempo, costruire percorsi paralleli per la formazione e le opportunità di crescita comuni. Il Forum non deve gestire attività: piuttosto, aiuta gli enti e le associazioni che ne fanno parte a mettersi insieme, a costruire progettualità nei territori che diano risposte migliori ai bisogni delle nostre comunità. Per noi si è conclusa una stagione di polemiche che ha diviso tante anime del Terzo settore sardo, ora pensiamo ad aprire le porte anziché chiuderle. Aprirle a tutte le realtà, piccole e grandi, e ai territori. Perciò vogliamo realizzare i Forum territoriali, perché siano autentici spazi di partecipazione e protagonismo delle associazioni che operano in quelle aree. Veri luoghi di rappresentanza. Diamo grande importanza alla formazione: il Csv può esaltare questi percorsi di crescita condivisa, perché rientra nella sua mission».

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